IL SENSO DELLA TERRA PER IL TERROIR

 
Prendete una canzone. Datela a 5 musicisti. Ognuno eseguirà la canzone secondo il proprio gusto musicale. Il primo la farà rock, il successivo farà un funky, l’altro la suonerà in jazz, l’altro ancora in versione folk, l’ultimo ne farà un blues. Di una stessa canzone avremo 5 diverse interpretazioni.
Ora, prendete 5 appezzamenti di uno stesso territorio. Datelo a 5 vignaioli. Ognuno interpreterà quel territorio secondo il proprio modo di sentire quel pezzo di terra. E così, sceglierà che vitigno piantare e come piantarlo. Deciderà come coltivare la vigna e quando vendemmiarla.
È questo il terroir: il risultato dell’interpretazione di un sentire, che è un legame tra il vignaiolo e la terra. Un legame non di proprietà fisica del vigneto. Ma un legame di corrispondenza metafisica con la terra che ospita il vigneto.
Il terroir quindi è un concetto geografico: è la descrizione di una terra. È un luogo – terra più geografia – in cui l’uomo riconosce una vocazione agricola prima ancora che vinicola.
In quel luogo, l’uomo costruisce nel corso della storia un legame in cui si intrecciano i saperi umani con i fattori ambientali. Quel legame rivelerà un’originalità: il senso del luogo. Quel senso del luogo che potrà essere percepito solo nel bicchiere.

Valdobbiadene

NEL SEGNO DEL PAESAGGIO

Lo vediamo nelle forme che l’architettura della natura dà allo spazio. Lo troviamo nell’ospitalità che la bellezza dà a una terra. Il paesaggio lo vediamo e lo troviamo in quella tessitura di relazioni tra l’uomo che lo conserva e il territorio di cui è l’immagine
Nella terra Cartizze quelle relazioni con il tempo si intrecciano, filare dopo filare. E un legame si forma tra il paesaggio e la popolazione che lo vive. In quel paesaggio, territorio e popolazione riconoscono il loro volto, trovano la propria identità. E così acquista una dimensione umana: il fisico e il carattere, il corpo e l’anima di una terra. E fa di quella scena una metafora del teatro.Parcelle di terreni disegnati dalla natura su colline scoscese che guardano a sud. Moduli di vigne stretti l’uno all’altro a ridosso delle montagne prealpine. Tasselli di un mosaico che non ha repliche in qualunque altro angolo della Terra. È la nostra terra.
Filari di vigneti come le poltrone di una platea in un teatro della natura. Un palcoscenico che ogni mattino apre il suo sipario agli sguardi del mondo. È la nostra terra. Uno spettacolo originale e garantito che va in scena ogni anno. Un monologo che racconta la storia autentica del Cartizze: il Cru di Valdobbiadene.

La sua unicità è il punto cardinale nella geografia irripetibile che descrive la terra in cui nasce. Una combinazione di fenomeni fisici, climatici, umani che determinano le azioni del suo aspetto più pratico: la produzione della vite. E che ne disegnano anche i contorni del suo aspetto più estetico: il paesaggio della natura.
Un pentagono di vigne e colline strette dentro 5 lati. Due rivolti verso l’alto, alle protettive Prealpi Trevigiane. Altri due, che per un verso o per l’altro, guardano alla più vicina Valdobbiadene, a Ovest, o alla più lontana Conegliano, a Est. L’ultimo si affaccia verso il basso, alla pianura.

Cartizze è una repubblica naturale fondata sulla spumantizzazione. Qui, la lingua ufficiale è la bollicina. Cartizze si estende su una superficie di 106 ettari, con una popolazione di vigneti ad alta densità viticola. Il territorio è a prevalenza collinare: Colesel è tra le cime più alte. L’altitudine ne influenza il clima temperato dai venti. La fitta rete di corsi d’acqua scorre nel sottosuolo seguendo le pendenze, e si ferma là dove il terreno è capace di trattenerla. Cartizze è tra i più ospitali importatori di visitatori, enoturisti, sommelier e ristoratori. È esportatore di milioni di bottiglie di bollicine in tutto il mondo.

LA VERITÀ DEL CLIMA

 
Abbiamo le spalle coperte. Le Prealpi trevigiane proteggono le nostre colline dai venti freddi del Nord-Est. Le sorvolano solo movimenti d’aria moderati che, nonostante l’altitudine, rendono le primavere miti, gli autunni prolungati. Un binomio meteorologico della collina che si lega con il binomio biologico della Glera: il germogliamento anticipato e la sua tardiva maturazione.
La vite Glera è pianta affamata: si nutre della luce in tutta la durata e intensità del giorno. Perché è la quantità di foglie attive per la fotosintesi che determina la quantità di acidità e zuccheri nell’acino. Così, disegniamo l’esposizione al sole del vigneto: cimiamo e leghiamo la vite, diamo verticalità alla crescita dei germogli, riduciamo le zone di ombra sugli acini, rimuoviamo quelli in eccesso, per ottenere pareti ordinate e regolari lungo i filari.
Così assecondiamo le pendenze, in modo che la quantità di energia solare che viaggia attraverso i raggi raggiunga foglie e grappoli. A una determinata pendenza del terreno corrisponde una maggiore quantità di energia solare sulla vigna in collina, rispetto alla vigna in pianura. La vite è la coltivazione che più risente delle temperature.
Gli sbalzi termici influenzano le componenti dell’acino: gli zuccheri e l’acidità. Pochi gradi centigradi di differenza e l’equilibrio tra morbidezza e freschezza dello spumante può cambiare. Il caldo della luce matura l’acino e forma gli zuccheri al suo interno. Il freddo del buio arricchisce la buccia di sostanze aromatiche, e di acidi la polpa. In vigna, quello che non fa il giorno lo fa la notte.

Primavera

10 – 25°C

Estate

18 – 30°C

Vendemmia

12 – 28°C

Primavera, inizia una nuova annata

È il buongiorno della nuova annata. Il sole ritrova la capacità di riscaldare, il vento di accarezzare. C’è una grande voglia di risveglio nell’aria. Entriamo nel vigneto.
Ci bagniamo le scarpe di rugiada. Ogni pianta di vite, ogni albero, ogni filo d’erba, ogni fiore sembra pronto per affrontare la nuova sfida: resistere alle turbolenze del tempo per cogliere questa nuova opportunità di vita che ciclicamente si ripete. È l’energia che si sprigiona sulle nostre colline, una vitalità che contamina anche noi esseri umani. Ci insegna ad assaporare ogni momento, stagione per stagione, rispettando i ritmi che caratterizzano la vita della natura. Che è anche la nostra. Così, siamo costretti a vivere secondo natura. Ed è la migliore costrizione che ci potesse capitare.

Estate, matura la natura

La terra dura e secca spaccata dalle crepe. L’erba ingiallita tra i filari. L’aria densa di odori sprigionati dal caldo. La polvere che si alza a ogni passaggio. Lo sbalzo termico, tra la calura dei vigneti e il fresco della cantina.

È uno scherzo della natura che a queste temperature la vite si vesta del suo abito più pesante. Bracci verdi di foglie esuberanti si allungano a proteggere i frutti della pianta. Grappoli pieni e sodi di succose polpe aspettano di rimbalzare dal giorno alla notte, da un estremo all’altro delle temperature.

È il prezioso fenomeno delle escursioni termiche che in ogni grappolo si traduce in un confronto chimico tra il carattere dell’acidità e la seduzione degli zuccheri.

Dentro a ogni acino va in scena la quotidiana ricerca del loro perfetto equilibrio che determinerà il giorno della loro separazione dalla vite. Fuori, rimane solo la nostra speranza che il tempo faccia il buono fino all’arrivo di quel giorno.

Autunno. è tempo di raccogliere

Tra le vigne sulle colline il passaggio all’autunno non è mai così netto. Ci sono annate in cui la sensazione è che sia ancora lontano, ma noi ce lo sentiamo addosso. Altre, in cui percepiamo che si ritira in se stesso per un’estate che si allunga oltre il suo naturale confine.

Così, in questo disorientamento stagionale, tra gli equilibri negli acini e gli squilibri delle stagioni, si cerca un orientamento finale. Si fanno calcoli, verifiche, previsioni. Si chiede consiglio ai vecchi, si resiste alle tentazioni. Si aspetta. Poi, un giorno, camminando tra i filari, annusiamo l’aria: si è fatta più leggera.

Osserviamo la luce: si è fatta più tenue. È il segno che la forza generatrice di madre terra ha terminato la sua azione generosa. La natura assume l’istinto femminile di accoglienza. Ci siamo: è tempo di raccogliere.

Inverno, pausa per ricominciare

Non è il primo freddo. Non è quel primo buio che ci coglie impreparati. E nemmeno un giorno preciso. È più semplicemente il momento di un giorno qualunque, quando guardiamo dalla finestra e vediamo le vigne nude. Dopo tanta esuberanza le viti tornano a essere legno e non sostegno.
Si svuotano della stagione appena trascorsa, alleggerite dal peso dei frutti, dalla numerosa leggerezza delle foglie. Lasciano andare tutto e si fanno memoria, annata. È riposo fisico, anche per le vigne. Abbiamo condiviso 9 mesi di quotidiana fisicità. In questo periodo di pausa ci ritroviamo a pensare a come siamo legati profondamente alla nostra terra.
Poi un giorno all’improvviso ci chiama: è ora di potare. È solo gennaio, ma ritornare nelle vigne è per noi già primavera. Le abbiamo lasciate con i loro frutti che si staccavano tra le nostre mani. Le ritroviamo pronte per il nostro lavoro di mani.

ALL’UOMO  LA SUA PARTE

 
Non si tratta solo di fare vino. C’è una terra. Uomini che la lavorano. Una storia che la racconta. È importante sentirla la terra. Sentire ogni goccia di pioggia che l’ha bagnata, ogni raggio di sole che l’ha colpita, ogni folata di vento che l’ha scossa, ogni filo d’aria che l’ha asciugata. Sentirla dentro il vino. In tutto il suo percorso in cui si intrecciano la sua parte fissa, il vigneto, e la sua parte variabile, l’annata.
Nel vigneto c’è la vite da coltivare e l’uva da trattare. Nell’annata ci sono i fenomeni climatici da gestire e le scelte vitivinicole da fare. La vite è nata per stare nei boschi e per arrampicarsi sugli alberi.
In una vigna deve stare ferma, appesa a una spalliera, in equilibrio sulla terra. Nel vigneto l’equilibrio non è un concetto astratto: è un concetto concreto. Foglie e grappoli. Giorno e notte. Caldo e freddo. Zuccheri e acidi. L’equilibrio di queste coppie determinerà la buona annata del vigneto sulla terra in cui è stato piantato. Abbiamo trovato le colline Colesel nel corso del tempo. Ci ha portati la nostra particolare vocazione. Quella per il legame stabile con la terra che possiede i sensi del vino. L’abbiamo osservata, annusata, toccata, ascoltata. Ne abbiamo immaginato il sapore. Ci abbiamo visto e sentito un vigneto.
E quando capita questo tipo di incontri la cosa migliore da fare è piantare radici. Non abbiamo perso nemmeno un minuto. Lo abbiamo fatto. Privilegiando l’origine alla tecnica. Il terroir al marketing.
Non abbiamo toccato il terreno. Abbiamo assecondato le sue pendenze. Addolcito i terrazzamenti dove i filari si snodano in orizzontale. Modellato quegli scalini che da lontano alzano il nostro sguardo in verticale.
Il nostro lavoro è accompagnare il vigneto nel suo cammino lungo l’annata. Lasciamo che la vigna sia quello che vuole essere nell’annata. Lasciamo che l’annata esprima nel vino la sua origine: il vigneto.

Vieni a trovarci!

 

Dal Lunedì al Venerdì

8 -12 AM   /  14 – 18 PM

Sabato

10 AM – 16 PM

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